Amore nella tradizione – Il tempo delle olive

di molipuntoseCultura0 Commenti

Colletorto, campagna / ph. Salvatore Nasillo

Seconda parte del racconto ambientato a Colletorto ‘Amore nella tradizione’, scritto da due studentesse molisane. Una storia d’amore tra due giovani di diversa estrazione sociale, Luigino e Michelina. Mentre nella prima puntata i due si sono conosciuti a una festa di paese, in questa si ritrovano nelle campagne di Colletorto durante il tempo della raccolta delle olive.

di Dalila Eremita & Angelica Tosques

Stava arrivando l’autunno. Era l’alba e il sole si stava affacciando all’orizzonte. Il vento gelido portava via con sé le foglie, mentre Luigino sentiva crescere un dolce tepore in cuore. Un turbinio di fruscianti foglie avvolgeva il paese, che si dipingeva di colori vivaci e ardenti. Si udiva lontano il battito degli zoccoli degli asini: lasciavano le stalle per raggiungere i campi. Quel suono sembrava entrare in sintonia con il battito del cuore dell’amante. Luigino si stava preparando per un’altra faticosa giornata fra gli olivi. Era la sua vita e ne era orgoglioso. Colletorto poi per il suo olio è rinomata anche fuori regione! Lui era consapevole della bontà del territorio dal clima favorevole, che permetteva alla rumignana, alla provenzana e all’oliva nera di crescere al meglio. Grosse e succose olive pendevano dai rami degli alberi piegandoli, questo rendeva felici i colletortesi per l’abbondante annata. I campagnoli armati di reti e sacchi davano inizio alla raccolta, un’antica tecnica operativa.

Michelina sedeva sotto casa, aspettando suo padre. Don Vincenzo sarebbe arrivato con il suo bianco destriero. Lei in cuor suo sperava di incontrare nuovamente Luigino, che non aveva più avuto occasione di rivedere dalla festa del Patrono. Aveva pensato spesso al suo splendido sorriso. Era un’occasione per cogliere il suo sguardo ed avere una conferma del sentimento che provava per lui. Pensierosa, non si accorse dell’arrivo di suo padre. “Michelì, Michelì” gridò Don Vincenzo con un tono tanto severo da porre fine al vagheggiare della ragazza. Ella montò sul cavallo portando con sé indumenti, che avrebbe lavato una volta giunta all’antica fontana di Sciù Sciù, come erano solite fare le donne a quel tempo.

Luigino, intento al raccolto, sentì il galoppare del cavallo in lontananza. “È arrivato Don Vincenzo!”, mormorarono gli altri. Il ragazzo notò il manto bianco del maestoso cavallo fra i rami degli ulivi. Quando vide Michelina, il suo cuore gli saltò in petto dalla gioia. Il suo incontenibile entusiasmo suscitò l’attenzione dei campagnoli che lo richiamarono al lavoro. Luigino, ignorando le loro parole, s’incamminò, senza farsi notare, verso la fanciulla, che nel frattempo aveva raggiunto la sua serva, zia Giovannina. La donna era intenta a riempire i recipienti di rame, i ctor con i quali avrebbe lavato gli indumenti sporchi, che Michelina stava tirando fuori dalla sacca.  Luigino, nascosto dietro ad un albero, udì le due chiacchierare.
La fanciulla sapendo che zia Giovannina frequentava anche i campagnoli, pensò di chiederle di lui, anche solo per sentirne parlare. Aspettò con pazienza che il padre si allontanasse e timidamente chiese:
– “Zi’ Giovannì, chi è quel ragazzo che aveva vinto ai giochi del Patrono?”
–  “Chi Luigino?” domandò lei stupita.
Michelina arrossì e fece cenno di sì col capo.
– “È nu waglion brav e bell!”, continuò la serva.
– “Peccato che è campagnolo!” disse Michelina con un’aria affranta.
Luigino, nascosto, rimase sbigottito ma allo stesso tempo rincuorata dalla domanda e con timidi passi si avvicinò ancor di più alla fontana.
-“Sint a mè” disse la vecchia donna “Nient ferm l’ammor, figlia mia!”.
Un sorriso accese il volto della giovane, consapevole del fatto che avrebbe dovuto lottare per quell’amore.

Intanto zia Giovannina si era allontanata per andare a preparare il pranzo nella masseria. Michelina continuò il lavoro da sola e Luigino nel silenzio osservava ogni sua mossa: la dolcezza del suo viso baciato dal sole cocente di quelle ore calde e il suo portamento leggiadro. Voleva parlare ma la sua timidezza glielo impediva.
Ad un tratto, perso tra i pensieri, sentì un urlo. Un cervone, un serpente di quelle zone, strisciava ai piedi della fontana. Michelina se n’era accorta quando era già troppo vicino e si allontanò spaventata, lasciando cadere a terra la biancheria sulla quale inciampò, e cadde. Luigino non esitò e con un agile salto raggiunse la fontana. Afferrò una canna da zucchero secca e con dei colpi fece rumore per far allontanare il serpente.
Si guardarono in silenzio finché il timido “Grazie” della giovane, ancora scossa, lo ruppe. Luigino vigorosamente le tese la mano e Michelina si trovò tutta d’un balzo in piedi. Le loro mani rimasero strette un po’ più a lungo del necessario e i loro occhi espressero ciò che le loro bocche non riuscirono a confessare.

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